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Carlo Picca

Perché è meglio non dipendere dai social

Perché è meglio non dipendere dai social

Per un attimo immaginiamo di essere alle prese con una faccenda di grande importanza per la nostra salute, per il nostro lavoro, per i nostri affetti, o ancora, se volete, alle prese con un’attività creativa,  fisica o sociale che ci gratifichi, ad un certo punto se un risultato positivo comparirà, come ricompensa, una scossa benefica attraverserà tutto il corpo.

La scossa è stata generata da una sostanza prodotta dal nostro cervello: la dopamina, un neurotrasmettitore endogeno della famiglia delle catecolammine. La sensazione che la dopamina ci fa avvertire è così piacevole che andremo a ripetere quell’attività anche per provare di nuovo quella sensazione.

Vi chiederete, ma cosa c’entrano i social ? I social media, attraverso il sistema di interazioni basato su cuori, like, reazioni e pollici all’insù, hanno imparato bene a sfruttare nel modo migliore il sistema della “ricompensa” per uno scopo: farci pubblicare, e poi farci controllare quante più volte Facebook, Instagram e chi più ne ha, più ne metta, creando, in poche parole, la dipendenza da social network.

Infatti studi in risonanza magnetica funzionale hanno dimostrato che i centri della ricompensa nel cervello sono molto attivi quando nel caso di Facebook ad esempio, riceviamo like e reazioni ai nostri post.

Interpretandoli come premi è come se il cervello in qualche modo ricompensasse la nostra autostima o il nostro egocentrismo.

Spesso tale dipendenza poi, nasconde dei disagi più profondi, come ad esempio il fatto che la realtà non ci soddisfa, e così ne cerchiamo un’altra, virtuale, che possa darci le soddisfazioni che quella reale non ci dà.

A lungo andare, dentro questo gioco dei like e delle reazioni ai post, si crea un altro sistema di relazioni e di fruizione della realtà, sottraendoci da uno più autentico, confondendo l’ equilibrio della nostra sfera emotiva e delle nostre consapevolezze.

Parlano chiaro a tal proposito le parole pronunciate recentemente  da Chamath Palihapitiya,  ex vicepresidente di Facebook per la crescita degli utenti, che proprio su questo social ha avuto parole molto dure. Senza mezze misure infatti, egli ha detto di sentirsi “tremendamente in colpa” per aver creato degli strumenti che stanno “distruggendo il tessuto sociale”.

L’ex Facebook, nel corso del suo intervento alla Graduate School of Business di Stanford, ha dichiarato: “Voi non ve ne accorgete, ma state subendo una programmazione”, e ancora: “I cicli di feedback a breve termine che abbiamo creato, guidati dalla dopamina, stanno distruggendo il modo in cui la società funziona”, riferendosi proprio al sistema di interazioni basato su cuori, like e pollici all’insù.

“E un problema globale”, e “riguarda tutti i social”  ha voluto specificare Palihapitiya che ha ammesso che ne proibisce l’accesso ai figli e che oramai li utilizza con molta attenzione.

Se approfondiamo, il rischio palesato è quello che gli utenti dei social, a lungo termine, presi dalla creazione di una loro versione idealizzata di realtà da mettere in mostra sui social, per ricevere consensi e gratificazioni non si rendano conto, che si tenda così ad alienarsi ed allontanarsi dalla percezione delle cose che contano davvero.

Ultimamente, anche Sean Parker, che fu fra coloro che fondò Facebook, ha espresso dichiarazioni non gratificanti per i social network. Il cofondatore di Napster infatti ha specificato che i social “approfittano delle vulnerabilità della psicologia umana” creando una forma di dipendenza.

Concludendo amici, per dirvi che questo sistema di cose, una volta consolidatosi, a lungo andare, ci distrae dalle informazioni più importanti e dall’esperienza di un tessuto sociale reale, e nel contempo ci permettono di essere controllati e indirizzati.

Questi meccanismi dunque, possono creare negli utenti dei social dipendenza e alienazione e possono fornire a chi ne volesse, strumenti perfetti per controllare e dirigere le masse, un po’ come in 1984 di Orwell.

Penso che i social non dovrebbero essere utilizzati come grandi armi di distrazioni di massa, piuttosto per condividere informazioni importanti o utili. Il gioco dei like ci porta invece, molto spesso, a ricercare consensi anche per cose molto semplici…

Riflettiamo sull’uso che facciamo dei social.

Carlo Picca

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Carlo Picca

Carlo Picca, pugliese, si è laureato in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Bari. Dopo esperienze in campo scolastico come insegnante, ed editoriale come consulente letterario, attività che ancora svolge per alcuni autori ed editori, nel 2011 ha deciso di aprire una libreria a Rutigliano (Ba), che conduce con passione organizzando eventi letterari ed artistici rivolti al pubblico di ogni età, fra cui laboratori didattici, letture animate, incontri con Autori. Dal 2011 è iscritto come pubblicista all’Ordine dei Giornalisti di Puglia ed ha collaborato per quattro anni, come caporedattore, con il network pugliese La Voce del Paese. Attualmente scrive articoli per alcuni magazine nazionali che si occupano di cultura e ha da poco pubblicato, per FaLvision Editore, un saggio critico sperimentale sul Poeta italiano Sandro Penna.

Ha deciso di intraprendere l’esperienza di blogger su Libreriamo intendendo proporre spunti di riflessioni sul mondo dei libri e dell’editoria, nonché recensioni e consigli per la lettura.

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