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Carlo Picca

Jim Morrison, il “re lucertola” poeta del qui e ora

Jim Morrison, il "re lucertola" poeta del qui e ora

We want the world and we want it now

Jim Morrison è senza dubbio l’uomo icona per antonomasia della beat music ma anche della filosofia del qui ed ora, ovvero  di quel momento presente da vivere sempre e comunque, con ribellione e vitalità vorace, oltre ogni ostacolo.  Nato in Florida nel 1943, morì a 27 anni suonati in quel di Parigi, dove è tuttora seppellito. Si spense in circostanze misteriose e mai del tutto chiarite nel luglio del 1971, dopo aver vissuto al massimo, in particolare gli ultimi cinque anni della sua vita.

Ovvero gli anni del suo periodo da rock star che seguiva al suo periodo di formazione esistenziale, quando, nella natia  Florida, galleggiò in ricerca di sé per buona parte di quel tempo, in una zona grigia, dove si doveva sentire parecchio impantanato tanta era la sua energia esplosiva tenuta ferma. Quando ancora  i suoi pensieri ed i suoi traumi lo mantenevano in un angolino rispetto a tutto quello che invece avrebbe fatto anni dopo.

“L’individuo ha sempre dovuto lottare per non essere sopraffatto dalla tribù. Se lo provate, sarete spesso soli, ed a volte spaventati. Ma nessun prezzo è troppo alto da pagare per il privilegio di possedere se stessi.” Nietzsche

La svolta, da questa prima fase di vita alla seconda, avvenne interiorizzando le sue letture, in particolare di Blake e di Nietzsche, e soprattutto quando si trasferì dall’altra parte dell’oceano, per studiare cinema, all’UCLA di Los Angeles, in California.

“Nel fulcro di questa ruota che dardeggia luce sugli spazi deserti, Blake e Nietzsche regnano come sfavillanti stelle doppie; il loro messaggio è ancora così nuovo che pensiamo ad essi in termini di pazzia. Nietzsche ricombina tutti i valori esistenti; Blake plasma una nuova cosmogonia. Per molti aspetti Rimbaud è vicino a entrambi.” Henry Miller

La persuasione datagli dalle sue letture divenne totalizzante ed il periodo di vita precedente, ad un certo punto, svanì completamente,  e quando, sulla spiaggia proprio di Los Angeles, una sera incontrò per caso Ray Manzarek, il quale gli chiese di leggere le sue poesie, ebbe inizio una nuova sua età.

Ascoltatolo infatti, immediatamente colse la sua straordinarietà e gli propose di fondare una band.  Ray divenne il tastierista ed il principale arrangiatore della musica del gruppo, nonché amico personale di Jim.

Morrison non era un musicista. Alla musica ci arrivò così, lasciandosi suggestionare dalla proposta di Ray, amando arti e conoscenza fino in fondo come piaceva fare a lui.

Io sono piuttosto dipendente dal gioco dell’arte e della letteratura: i miei eroi sono artisti o scrittori.

I due si erano conosciuti proprio alla UCLA, e assieme a Robby Krieger alla chitarra e John Densmore alla batteria, misero su questo gruppo che in poco tempo infiammò, con la sua carica poetica e blues, la scena della musica mondiale.  Band che tenne i suoi primi concerti al leggendario Sunset Strip di Los Angeles, ed ottenne i suoi primi grandi successi discografici con “Light My Fire”.

The Doors, per aprire tutte le porte delle percezioni oltre tutti i graffi dell’anima che abbiamo dentro. E di tutto quello che gli era accaduto precedentemente al suo diventare lo sciamano, che poi, più avanti, chiamò lui stesso Mr Mojo Risin, non ve ne doveva essere più nessuna traccia.

Nessun motivo per avere ancora dentro ricordi che lo distoglievano dal suo essere il sacerdote blues autoproclamatosi. Dal suo primo album, The Doors 1967, fino all’ultimo L.A. Women 1971,  respirò così il suo hic et nunc , quel “tutto quello che vogliamo lo vogliamo adesso”, che per lui solo contava e cantava, sul palco dove celebrava dei riti e non teneva di certo concerti.

Come contava per lui esperire ogni cosa, questo il suo mantra da stregone. Di tutti quei ricordi passati doveva portarsi ovunque solo la fragranza di rinascere. A pancia piena Mr. Morrison così visse la sua vita maledetta. Voleva camminare coi suoi piedi, autonomo e indipendente sulle funi, sui sortilegi che agli altri impedivano lo sguardo alto. Lui no, niente più traumi o blocchi, la sua era una volontà di potenza, che pagò cara, e con la quale aveva deciso di smettere di generare ricordi, suggestioni, e di iniziare a respirare nuovi pensieri per esprimersi ed esperire. La leggenda narra, che da rock star, ad un certo punto, non volle neanche più incontrare la sua famiglia, i suoi genitori. Era il Re Lucertola, lo spirito indiano si era impossessato di lui e lo teneva in preda tutto il giorno, trasformandolo in uno sciamano oltre uomo, sempre pronto a tenere riti che dovevano invitare gli astanti a “rompere e andare verso l’altra parte”.

Amava incontrare persone, vivere circostanze e situazioni che gli permettevano di esperire e condividere questa sua immensa voglia di vivere. Avvolto quasi in una sorta di potere magico che amava ritrovare nel deserto e nell’esperienza delle droghe, per attingere a pieni polmoni dal fuoco profondo della stella più calda, “aspettando il sole” risalire in lui perche lo infondesse con la sua forza immacolata e sicura, per poter affrontare così, in uno stato di permanente incoscienza, ogni circostanza.

Morrison esplora così a fondo la sua parte umana fino a trascenderla, mettendo in scena una vera e proprio catarsi tragica, come un novello Dioniso epifanico.

Leggeva Nietzsche, Blake, ma anche Jung, Spinoza, Sartre, Camus, Rimbaud, Kerouac, i tragici greci, perché sopra ogni cosa Morrison si sentiva un poeta, un artista nel senso più autentico del termine, non era un semplice cantante rock. Egli era ben consapevole che le canzoni andavano a ritoccare ed adattare i suoi versi, le sue poesie. Canzoni straordinarie, essendo vere e proprie liriche in musica.

Quelle sue poesie che sono contenute nella raccolta pubblicata prima di morire, I signori. Le nuove creature. Le poesie del ‘Re Lucertola’, che comprende le poesie pubblicate in vita da Jim Morrison nelle raccolte “The Lords. Notes on Vision” e “The New Creatures”, del 1970.

E quelle pubblicate postume: “Tempesta elettrica”, tratte fuori dai suoi tanti taccuini che i suoi curatori più fedeli hanno filologicamente restaurato in un’opera completa imperdibile. Centinaia e centinaia di pagine di poesie, aneddoti, epigrammi, saggi, racconti, soggetti e sceneggiature, tutte raccolte e riordinate dagli amici, confluite in questo volume che ripropone, con l’originale a fronte, liriche e appunti.

Morrison scriveva letteralmente su tutto, e furono migliaia di pagine, decine e decine di pezzettini di carta ad essere consegnati ai curatori, Frank Lisciandro in primis, per generare questa sua opera poetica che oggi si studia anche nelle università americane. Una raccolta che lo rappresenta al meglio, con in particolare le quasi quattrocento pagine di liriche tradotte da Tito Shipa Jr.

La poesia lo consacra in pieno come un grande visionario e straordinario poeta. Quella poesia che per lui fu sempre porto sicuro.  Come quando, verso gli ultimi periodi della sua vita, la zavorra esistenziale che aveva escluso dalla sua vita onirica gli portò il conto presentandosi in una grande crisi emotiva. Le cose non andavano granché bene, con il gruppo l’armonia vacillava, e i processi con le aule di tribunale per l’accusa di atti osceni in luogo pubblico, e l’estromissione da Woodstock lo portarono a ripiegarsi completamente verso la poesia, rifugio per dargli nuova luce, per aiutarlo a rinascere ancora una volta. E qui si manifestò l’ultimo Morrison, diremmo a questo punto il terzo e mortale Morrison, non più pivello, non più rock star ma finalmente poeta imbevuto di illuminazioni da scrivere e basta, senza alcun tipo di assoggettamento perche l’essere rock star iniziava a stargli stretto.

Accompagnato da questo fascio di luce amica, visse gli ultimi mesi in esilio in Francia, con Pamela Courson, la compagna più significativa nella vita del cantante, la sua “Regina delle Fate”, amore vissuto in modo burrascoso e con stravolgente passione. Una ragazza che, tra addii e riconciliazioni, sarà accanto a Jim Morrison fino all’ultimo giorno e che sorte volle veder morire poco dopo di lui. E quando il Guru qui a Parigi si ritrovò sottoforma di rinnovato poeta, la sua vita opera d’arte poteva concludersi e “la luce poteva spegnersi”. La musica era finita. Di lui rimangono questi versi splendenti che invito a leggere, perché lo rappresentano a pieno come scrittore e poeta, frutto dell’intera sua ricerca viva, e perché, come amava ripetere, “se la poesia cerca di arrivare a qualcosa, è liberare la gente dai modi limitati in cui vede e sente”.

 

Carlo Picca

Photocredits: Osilvae

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Carlo Picca

Carlo Picca, pugliese, si è laureato in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Bari. Dopo esperienze in campo scolastico come insegnante, ed editoriale come consulente letterario, attività che ancora svolge per alcuni autori ed editori, nel 2011 ha deciso di aprire una libreria a Rutigliano (Ba), che conduce con passione organizzando eventi letterari ed artistici rivolti al pubblico di ogni età, fra cui laboratori didattici, letture animate, incontri con Autori. Dal 2011 è iscritto come pubblicista all’Ordine dei Giornalisti di Puglia ed ha collaborato per quattro anni, come caporedattore, con il network pugliese La Voce del Paese. Attualmente scrive articoli per alcuni magazine nazionali che si occupano di cultura e ha da poco pubblicato, per FaLvision Editore, un saggio critico sperimentale sul Poeta italiano Sandro Penna.

Ha deciso di intraprendere l’esperienza di blogger su Libreriamo intendendo proporre spunti di riflessioni sul mondo dei libri e dell’editoria, nonché recensioni e consigli per la lettura.

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